RACCONTI - INTERVISTE  E  ALTRO

[Gente di voce forte - di Maurizio Anshu]  

[Il Rito - una definizione di Tiziana Wako Pisoni] 

[Poesia, Zen e Magia - intervista a Paolo Lagazzi]    

[Lettera aperta

[C'è un posto vuoto nel Dojo]

Gente di voce forte

di Maurizio Anshu  (Dôjô Milano, 4 Novembre 2003)

 

Arrivo al Dôjô un giovedì sera, con circa un’ora di anticipo rispetto al solito orario perché tutto sia pronto prima dell’ arrivo del Maestro. Il cortile dove il Dojo si affaccia è pieno di bambini vocianti che giocano a pallone. Alcuni adulti si trovano dopo il lavoro per stare insieme, fumando una sigaretta e condividendo pensieri, risate e anche fatica, la fatica di chi ce la fa a malapena a tirare avanti per assicurare alla famiglia un minimo di benessere.

Sono per lo più extracomunitari, molti brasiliani, arabi, musulmani. C’e’ anche qualche italiano. Fanno una vita molto difficile. Ogni tanto, mentre siamo seduti in Zazen, sentiamo urla provenire da qualche appartamento vicino; stanno litigando o è il loro modo di esprimere un pensiero appassionato? Non si sa, ma sarebbe interessante cercare di capire. Qualche volta nel cortile del Dojo si trova una volante della polizia oppure un’ambulanza, qualcuno che sta male o che è stato picchiato, chi lo sa. Io guardo questa gente con molta simpatia ma anche con un certo timore: è gente risoluta, forte e temprata da una esistenza difficile e mi aspetterei che il loro sguardo fosse triste, sfuggente, aggressivo. Invece no, sono sorridenti e i loro occhi sono profondi al punto che è difficile sostenerne lo sguardo e, nonostante tutto, hanno un portamento dignitoso. I bambini sono bellissimi. Una volta una bambina vedendomi arrivare ha detto ai suoi amichetti “Ecco il pelato del karate”. Vogliono entrare sempre nel Dojo, e con molta insistenza anche, per cui li faccio entrare, prima dell’ inizio dello Zazen. Chiedo loro di togliersi le scarpe e allinearle sulla scarpiera; e’ bellissimo vedere queste scarpine piccolissime e tutte colorate allineate con le nostre, sembra quasi che ci richiamino a una dimensione di fanciullezza che abbiamo ormai dimenticato. Una volta Anna, una bimba di sei anni, è entrata con una sua amichetta di quattro dicendole:

         “guarda che qui bisogna togliersi le scarpe e si mettono lì”.

   Quando sono nel Dojo si divertono molto, non vorrebbero mai uscire. A loro piace camminare scalzi sui tatami, fare le capriole. Ho insegnato loro a mettere in ordine gli zafu, e l’hanno fatto, naturalmente a modo loro, ma l’hanno fatto.

   Li amo molto questi bambini ma certe volte mi arrabbio con loro, soprattutto con quelli più grandi, perché spesso trovo le scalette del Dojo sporche, con cartacce di tutti i tipi. Dico loro di pulire ma la loro risposta è sempre la stessa: “non sono stato io” e, proprio quel giorno mentre arrivo al Dojo, trovo le scalette sporche. Il cortile è pieno di bambini, mi giro e vedo una ragazza, avrà avuto diciotto anni, le chiedo di pulire le scale del Dojo, le dico che è ora di finirla con questo cartacce che troviamo sempre, insomma mi arrabbio con lei.

 

   Mi risponde che non è stata lei e che non sa chi è stato, il solito discorso. Io mi arrabbio ancora di più, alzo la voce, la gente si affaccia alle finestre, le dico che è maleducata, lei dice che il maleducato sono io e a un certo punto prendo le cartacce e le butto in mezzo al cortile e entro nel Dojo per smaltire la rabbia. Il Maestro arriva e facciamo Zazen. La serata scorre tranquilla, non gli dico niente dell’accaduto perché ormai l’avevo quasi dimenticato; in fondo è uno dei tanti episodi che avevo vissuto e, fino a quel momento, non aveva nulla di speciale.

 

   Il Maestro lascia il Dojo, sono quasi le undici e io mi accingo a rimettere in ordine quando sento bussare alla porta. Mi chiedo chi possa essere a quell’ora, “sarà qualcuno che si è dimenticato qualcosa” penso. Apro e mi trovo davanti un uomo, nero di capelli, con i baffi e di carnagione scura. Lo sguardo è tagliente, più di quanto si possa immaginare. Gli occhi nerissimi mi trafiggono e mi chiedo chi possa essere questo personaggio così minaccioso. Lui mi guarda e mi dice:

    Buonasera”.

Apre completamente la porta, si gira indicando il cortile dove c’è la ragazza di 18 anni con cui mi ero arrabbiato e mi dice

    La conosce questa ragazza?”, ha l’accento straniero, è un brasiliano.

    “Certo”, dico io.

    “Questa è mia figlia”, dice lui, “ e non si permetta più di offendere mia figlia”, e continua “per questa volta va bene così, chiudiamo il discorso, ma che sia la prima e l’ultima volta”.

Io sono perplesso ma gli dico:

    “Guardi che non ho offeso sua figlia, abbiamo solo discusso per le carte che ho trovato sulle scale”.

    “No no mi ha offeso”, urla la figlia dal cortile, “l’hanno sentito tutti!

Lui mi dice:

    “Lo so io perché ce l’avete con noi, è per il colore della nostra pelle, è sempre così qui

 A quel punto mi sento di dirgli che non è assolutamente vero, che questo è un posto dove queste cose non hanno assolutamente importanza, che siamo buddhisti, e che non è questo il motivo per cui mi sono arrabbiato con sua figlia.

    “Ah siete buddisti?”, dice lui, “io sono brasiliano e faccio la Macumba

Sono ancora più perplesso, penso “Ci farà mica un rito vudu”.

Lui è ancora sulla porta ma non mi va di liquidare la cosa così, quindi li faccio entrare, lui e la figlia, e li faccio accomodare in accoglienza.

Ci presentiamo, lui si chiama Messìa, strano nome, sembra quasi un segno del destino avere un Messìa al Dojo. Cominciamo a parlare, lui mi dice che questa cosa lo fa star male e deve assolutamente chiarire:

    “Avevo un nodo alla gola che dovevo togliermi, non avrei dormito stanotte

 

Io lo rassicuro dicendo che purtroppo me la sono presa con sua figlia anche se non ne ha colpa e che comunque non ce l’ho con nessuno. Gli dico che sono contento di averlo conosciuto, anche se in questa circostanza. Lui sembra rasserenarsi un po’ e mi dice

    “Sa, io sono uno che lavora tutto il giorno, faccio il muratore, e quando torno a casa non voglio altri problemi. Allora ho deciso di venire a parlare con lei perché non voglio che quando ci incontriamo ci guardiamo male o guardiamo da un’altra parte come fa la maggior parte della gente qui”.

      Sono molto colpito da ciò che dice, è difficile al giorno d’oggi trovare uomini o donne che affrontano situazioni come queste con tale determinazione e passione. E’ molto più semplice ignorare l’altro con il quale si pensa non abbiamo nulla a che fare. Invece Messìa, mi accorgo, vuole entrare in relazione con me, e questo mi commuove.

  Inizio a parlare con la figlia, ha diciotto anni, e dopo il primo scambio di battute su quanto è accaduto io mi scuso con lei per il mio comportamento e lei si scusa con me.  Messìa non entra nel merito della nostra discussione; ascolta assorto a testa bassa, concentrato e forse anche commosso. Io ogni tanto lo osservo e vedo un uomo forte ma stanco da una lunga giornata di lavoro, un uomo che vuole andare a fondo delle cose e pronto a lottare appassionatamente per quello in cui crede.

 La discussione tra me e la figlia finisce, lui solleva lo sguardo. I suoi occhi hanno una luce diversa, più mite. E’ contento.

     Allora”, mi dice, “tutto a posto, sono contento!

Ci diamo del tu.

     “Ora posso andare a dormire, domani mi devo svegliare alle cinque per andare a lavorare, ciao Maurizio”.

       Ci diamo la mano sulla soglia del Dojo,  manca poco che ci abbracciamo. Mi accorgo di aver trovato un amico. Mi rivolge un ultimo sorriso e scompare nel buio del cortile dove la sua casa si affaccia proprio di fronte a noi, alla stessa altezza. 

 Ora, ogni volta che mi incontra, mi sorride radioso. Un saluto da lontano, una sigaretta fumata insieme, una vita consumata in quel cortile dove c’è gente che parla, gioca e soffre insieme. Gente che vive di passione, di sguardi, gente la cui voce si sente forte e ci avvolge mentre tranquillamente seduti nel Dojo consumiamo il nostro Zazen.

            Il Rito - una definizione di Tiziana Wako Pisoni

        Il rito è una gioia perché libera il corpo e la mente dalla definizione di spazio!

                                                                                    (Fudenji, 1 Gennaio 2005)

LETTERA APERTA...............

 

A chi ha messo piede nel Tempio dell’ Altrove

 

       Tutti voi, chi più e chi meno, direttamente o indirettamente, ha avuto contatti con il Tempio di Fudenji, il Tempio dell’ Altrove, nell’Altrove del Tempo, come lo definisce il Maestro Fausto Taiten Guareschi.

E’ un’ immagine molto suggestiva che richiama ad una dimensione di mistero verso il quale tutti noi siamo inesorabilmente attratti. Per alcuni di voi Fudenji è realmente un mistero non essendovisi mai recati,  tuttavia, se state frequentando o se avete frequentato un Dojo cittadino o un Centro di pratica, sicuramente ne avete sentito parlare, avete respirato, dalla parole di chi narra, l’aria di questo Tempio che, per sua natura, è un luogo in cui ogni possibile nostra rappresentazione o idea, viene sistematicamente sovvertita. D’altra parte se anche per una sola volta vi siete seduti in Zazen, se avete condiviso con altri questa pratica, avete sicuramente compreso quanto sia profondo il legame che ci unisce in quanto esseri umani, e avete compreso che, prima di noi, grandi Maestri hanno tracciato un sentiero che, dalle profondità della storia, è giunto fino a noi invitandoci a percorrerlo. Fudenji è parte di questa storia.

       Esso è un luogo sempre in movimento in cui nulla è mai stabile e determinato. E’ mutamento continuo, è sempre nuovo e sempre ci interroga. Se cerchiamo risposte in questo luogo non le troviamo: esso ci costringe a vivere di sole domande senza risposte. Le risposte sono sempre inadeguate, la non risposta amplia il campo delle possibilità, ci costringe ad abbracciare il tutto, senza escludere nulla.  

      Ora, come forse sapete, a Fudenji è stato dato il via alla costruzione di edifici per l’ampliamento della struttura esistente. E’ stato costruito il nuovo laboratorio, è in corso la costruzione del nuovo Dojo, seguirà l’ edificazione dei bagni, dei camminamenti che porteranno da un edificio all’ altro, della nuova sala del Dharma a forma di pagoda cinese, del grande portale di ingresso e anche di una foresteria con ampi spazi per conferenze e incontri. Tutto questo nel rispetto della tradizione che vede un Tempio Zen composto da sette edifici (Schichi-do-garan). Il progetto è molto ambizioso e anche complesso da realizzare.

    

                                                                                                  Oggi Fudenji è un cantiere aperto. Tuttavia il problema di maggior rilievo in questo momento sono i fondi che servono a coprire le spese di costruzione. I lavori vengono condotti passo passo a seconda della disponibilità economica ma, e’ evidente, che le entrate di Fudenji dovute alle sesshin, e ad altre iniziative non sono in grado, da sole,  di far fronte a questo ingente impegno economico. E’ necessario quindi individuare strategie che consentano di raccogliere fondi anche attraverso diversi sistemi. Uno di questi è stato proposto dal Presidente dell’ Istituto nel corso della assemblea annuale a Gennaio e consiste nell’ acquisto di un mattone al mese (25,00 Euro). Perché un mattone?

Se faceste un giro a Fudenji vedreste cataste di mattoni vecchi, ricavati dalla demolizione di antichi edifici e sicuramente notereste spesso qualcuno che li pulisce, munito di raschietto e spazzola di ferro, avvolto in una nuvola di polvere e sotto un sole cocente estivo. E’ bello pulire un mattone che poi farà parte di un Dojo. Sui muri già costruiti l’occhio cade spesso su quella fila ordinata e viene spesso da chiedersi quali siano i mattoni di cui noi, in prima persona, ci siamo occupati.

   

Questa mia lettera vuole essere una sorta di invito a partecipare anche economicamente a questa vicenda, anche se ritenete che il vostro coinvolgimento sia del tutto marginale. Io vorrei solamente trasmettervi l’ importanza che ha Fudenji, soprattutto in questo momento in cui siamo alla vigilia di una svolta epocale, perché Fudenji potrà diventare, penso primo Tempio in Europa, un Centro di formazione per monaci provenienti da tutte le parti del mondo, anche dal Giappone. Per fare questo ci vogliono le strutture adeguate, come potete immaginare. Quindi, ogni cosa, ogni idea nuova può essere di aiuto. L’aiuto può consistere anche nel proporre iniziative che possano garantire una raccolta fondi, conferenze, corsi e quant’altro. Ovviamente c’è anche la possibilità di contribuire finanziariamente, ognuno con le sue possibilità perché l’importante è fare le cose insieme e, se ci uniamo, riusciremo senz’altro a garantire quel supporto tanto necessario in questo momento.

 

      Per quanto riguarda il contributo personale al momento ci sono diverse possibilità:

1.      acquisto di uno (o più) mattoni al mese (come dicevo 25,00 Euro a mattone)

2.      risparmiare per esempio 5 Euro a settimana (il costo di due cappuccini e due brioche)

3.      contribuire a organizzare incontri, seminari, giornate di Zazen, sesshin esterne, corsi di meditazione

Dovremmo operare ad ampio spettro, prendendo in considerazione tutte queste possibilità insieme.

       E’ molto impegnativo, ma noi siamo in tanti e se ci uniamo, possiamo contribuire fattivamente. So bene quanto sia delicato, per ognuno di noi, l’aspetto economico, soprattutto in un’epoca come la nostra in cui c’e’, ormai da qualche anno, un progressivo impoverimento. Tuttavia dovremmo anche interrogarci su cosa sia veramente importante nella nostra vita. Certo, questa è una sensibilità che deve essere acquisita piano piano, praticando, rimanendo sempre in contatto con un Maestro, tuttavia la pratica dello Zen è anche fondata su aspetti economici, politici e sociali, poiché nulla esclude, entrando in perfetta sintonia con la società in cui opera. Dogen Zenji, il fondatore della nostra scuola dice: “Zazen non ha nulla a che vedere con lo stare seduti su un cuscino”.

Operativamente come procediamo?

Qui di seguito vi riporto gli estremi per un bonifico mensile di uno (o, se potete, di più) mattoni:

 

              BANCA POPOLARE DI VICENZA (Ag. Di Fidenza)

              Conto intestato a: Istituto italiano Zen Soto Shobozan Fudenji

              ABI:   5728

              CAB: 65730

              c/c:    43334

 

   Se ritenete di scegliere questa possibilità, vi chiederei di informarmi, in modo che possa comunicarlo a Fudenji.

   Se invece pensate di poter risparmiare qualche euro a settimana posso farmi carico di raccogliere periodicamente le vostre offerte e portarle a Fudenji.

      Sono personalmente disponibile per qualsiasi chiarimento e vi ringrazio per la vostra generosa pazienza e disponibilità.  

 

 

Milano, 13 Settembre 2004                                                                Maurizio Anshu Ferro

 

   

 

 

 

C'è un posto vuoto nel Dojo

di Maurizio Anshu

Chi ha conosciuto Alice si ricorda senz'altro quella sua testa ornata di capelli rossi che facevano da cornice all'atmosfera austera del Dojo, quella sua simpatica ironia, quel suo elegante atteggiamento, dissacrante ma rispettoso nello stesso tempo. Durante lo zazen, osservo ogni tanto il posto che Alice amava occupare e la vedo seduta, avvolta nel suo Kesa nero, tenera immagine di una donna avanti con gli anni ma con tanta voglia di vivere. Alice ed io abbiamo percorso insieme parte della nostra vita seduti in Zazen, vicini, lei sedeva da più anni di me, aveva conosciuto il Dojo fin dalle sue origini e la sua presenza mi è sempre stata di grande conforto perché vederla seduta mi dava un senso di compiuto, di giusto. Aveva poco più di sessant'anni ma sembrava molto più giovane, amava raccontare barzellette molte delle quali da lei recitate in dialetto milanese. Sempre pronta al riso, percorreva in solitudine la sua esistenza fino a dove il destino ha voluto condurla. Generosa e attenta, di poche parole ma concreta, era sempre disposta ad aiutare, in silenzio, discretamente; molti ora si siedono in Zazen solo per il fatto di averla conosciuta. La sua franchezza talvolta colpiva il cuore, faceva riflettere ma, alla fine, semplificava ogni cosa. Era da sempre stata la segretaria del Dojo, fino a quando io sono subentrato in questa mansione, perché lei diceva sempre che era tempo che qualcuno prendesse il suo posto. Conservo ancora i quaderni nei quali lei scriveva le entrate, le uscite, i verbali di assemblea, il libro dei soci e li scriveva con una grafia armoniosa, bellissima, ordinata e del tutto personale. Posso dire di aver imparato da lei un particolare gusto estetico che non era per nulla superficiale ma che, viceversa, manifestava la sua dolce condizione umana. Nonostante i molti anni di frequentazione non conoscevo molto di lei, ogni volta che le chiedevo qualcosa sulla sua vita, si sottraeva simpaticamente e con discrezione, quasi volesse proteggere gelosamente quel suo breve attimo di esistenza. Ora Alice si è sottratta alla nostra vista, ma molte cose parlano di lei. Poco tempo dopo che abbiamo saputo della sua malattia, è improvvisamente (io dico miracolosamente) apparsa al Dojo la busta del suo Kesa. Nessuno l'aveva mai vista prima e nessuno ha mai saputo dire com’era finita lì. Era appoggiata su un mobiletto basso davanti al quale molte volte, molte persone si erano sedute, eppure non l'avevamo mai vista, come se fosse stata appositamente lasciata da lei perché non potessimo dimenticare che una donna dai capelli rossi era passata da lì. Quando ho saputo che Alice era stata ricoverata in ospedale, ho tentato di chiamarla per giorni, fino a che l'ho sentita, si era accorta di non ricordare più il Sutra del Cuore a memoria, di non riuscire più a pronunciare alcune parole, era stata dal medico il quale aveva disposto l'immediato ricovero. Ricordo quando siamo andati a trovarla in ospedale, aveva sempre con sé il suo quaderno di appunti sul quale continuava a scrivere, con la sua penna di metallo dorato, le parole che non ricordava e che non riusciva più a pronunciare. La osservavo mentre rideva divertita ma i suoi occhi esprimevano paura e imploravano aiuto. Ricordo quando, una volta tornata dall'ospedale, siamo andati a farle visita dalla sorella ottantasettenne che era quasi cieca, appena entrati ci ha fatto cenno che c'era qualcosa che non andava. Ci ha offerto il caffè, si ricordava di noi ma non i nostri nomi e ogni tanto apriva il suo inseparabile quaderno di appunti per leggerci ciò che aveva tentato di scrivere ma che ormai non ricordava più. Avrei voluto accompagnarla al Dojo, aiutarla a sedersi ancora con noi, farle sentire ancora il profumo dell'incenso, farle indossare il suo Kesa così faticosamente cucito ma così orgogliosamente indossato quando le è stato trasmesso dal Maestro, quel bellissimo giorno a Fudenji. Avremmo voluto portarla per l'ultima volta a Fudenji per salutare i fratelli,le sorelle, gli amici, il Maestro, per farle capire che nessuno poteva essersi dimenticato di lei. Tante cose avremmo voluto darle ma lei stava ormai percorrendo quella china in cui nulla può più essere dato o tolto, mentre tutto si stava compiendo spegnendosi in un dolce, nostalgico ricordo.

 

 

 

 

Poesia, zen e magia - intervista a Paolo Lagazzi

(L'intervista è riportata integralmente dal sito www.alice.it)

Tra i critici italiani emersi negli ultimi anni, uno fra i più originali ed eclettici è senza dubbio Paolo Lagazzi. Pur restando abbastanza ai margini della scena massmediatica, schivando i dibattiti e le kermesse letterarie, la sua attività come recensore è autenticamente militante. Si è occupato dei temi e degli autori più diversi: dai poeti italiani contemporanei (in particolare Attilio Bertolucci, di cui ha curato, con Gabriella Palli Baroni, il “Meridiano” delle opere) a quelli giapponesi antichi e moderni (l’ultimo suo lavoro in quest’ambito, apparso da Mondadori nel 2003, è Nel cielo alto, un’antologia di poesie di Kikuo Takano che ha curato con Yasuko Matsumoto), da narratori italiani e stranieri (specialmente Silvio D’Arzo, Joseph Conrad e Bernard Malamud) a temi quali l’incontro-scontro fra letteratura e magia, letteratura e arti figurative, letteratura e cinema, Occidente e Oriente. Conversare con lui – come faccio incontrandolo a casa sua a Milano, dove si è trasferito da tre anni, lasciando Parma, la sua città natale – è una buona occasione per spaziare in lungo e in largo fra autori e problemi diversi.
Comincio chiedendogli come presenterebbe, a chi non lo conosce, la figura di Kikuo Takano.
“Takano, senza dubbio il maggiore poeta giapponese vivente e uno dei più grandi poeti contemporanei”, mi risponde, “è ormai, da qualche anno, piuttosto noto in Italia: è venuto tre volte nel nostro paese per partecipare a incontri diversi, e molte sue poesie sono state tradotte da Yasuko Matsumoto in collaborazione con Massimo Giannotta e con me. È nato nel 1927 nell'isola di Sado. Laureato in ingegneria civile, ha insegnato a lungo al liceo. Negli anni Cinquanta ha fatto parte del gruppo “Arechi”, ispirato alla Terra desolata di Eliot. Negli stessi anni si è molto nutrito di letture esistenzialiste (Heidegger, Jaspers).
Parecchie sue poesie sono state musicate da celebri compositori giapponesi (in particolare Saburô Takata). Oltre che in Italia, Takano è tradotto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia e in Cina. A chi non lo ha letto, posso solo raccomandare di farlo perché scoprire Takano è un'esperienza immensa per chi ama ancora, davvero, la poesia.”


Qual è la cifra stilistica di questo poeta?

Benché in versi liberi, la sua poesia nasce dal rispetto pieno della parola. Non ci sono in lui pose o forzature stilistiche, non c'è mai perentorietà, allure orfica o teatralità. Sebbene intimamente forte, tesa e ricca di passione meditativa, la sua lingua ha una qualità di naturalezza e di trasparenza abbastanza unica nel panorama poetico contemporaneo (anche giapponese). Per l’abbraccio in essa tra forza e leggerezza – o fra pathos e quiete, dolore e delicatezza –, è impossibile non riconoscere nella poesia di Takano quel quid che rende struggente e memorabile una voce.


Quali sono i temi centrali della sua opera e con quali poeti occidentali si possono cogliere delle affinità?

Il "fuoco" della poesia di Takano è la ricerca di qualcosa (poco importa come chiamarlo: Dio, l'assoluto, l'Origine?) che possa dare un senso o un fondamento alla nostra fragilità, al nostro essere risucchiati dai vortici del tempo. Nessuna poesia, da questo punto di vista, è più intrinsecamente metafisica: ma Takano non è un simbolista, non è un poeta dell'assenza: se mai, tra i poeti occidentali, uno fra i suoi maestri ideali è, come ho già detto, Eliot (ma ha molto amato anche Montale). Come la parola di Eliot, anche quella di Takano è radicata nelle cose: il mondo la abita e la percorre nelle sue forme, nei suoi doni, nella sua luce, nei suoi spazi. Ma, attraverso le cose, la parola di Takano aspira all’Altrove, come un albero piantato in terra con radici profonde e teso con i rami al cielo più alto. Questa tensione è anche un movimento d'amore: mentre interroga il mistero dell'Essere, Takano non dimentica mai gli esseri concreti: uomini, animali, fiori, frutti, foglie. La sua poesia, palpitante di una pietà che viene in parti uguali, direi, dal buddhismo e dal cristianesimo, ci insegna il valore della pazienza, dell'attenzione e dell'ascolto: soprattutto ci ricorda che non c'è verità e bellezza senza giustizia, senza condivisione della nostra umanità.


Attraverso quali percorsi mentali è arrivato ad occuparsi prima di Attilio Bertolucci (al quale ha dedicato parecchi studi) poi di Kikuo Takano?

Il mio incontro con l'opera di Bertolucci e di Takano, i poeti che ho amato e amo di più, non è nato da percorsi mentali, ma da qualcosa di misterioso che mi sembra di poter assimilare solo al destino (uno dei miei saggi più noti su Bertolucci s’intitola proprio Rêverie e destino). La poesia di Bertolucci l'ho conosciuta prestissimo, nel 1971-72, quando dovevo scegliere un argomento per la tesi di laurea – e fu amore a prima vista. Solo parecchi anni dopo, avendo già scritto molto su di lui, scoprii una "corrispondenza" incredibile: il suo primo libro, Sirio, recava nel colophon la scritta "finito di stampare il 12 marzo 1929"; e io sono nato il 12 marzo 1949. Non è, questo, un segno di destino, quasi che il nostro incontro avesse delle ragioni astrologiche?
All’opera di Takano mi sono accostato molto più tardi, nel 1998, grazie a una piccola antologia curata da Yasuko Matsumoto e Massimo Giannotta. Dopo parecchi anni di meditazione zen sotto la guida del grande Taisen Deshimaru Roshi e poi di Fausto Taiten Guareschi, da poco avevo cominciato a occuparmi io stesso, come critico, di lirica giapponese, curando nel 1994 La saggezza dei maestri zen (antologia poetico-pittorica di Sengai Gibon) e nel 1996, insieme a padre Mario Riccò, Il muschio e la rugiada (panorama generale di poesia giapponese dalle origini al Novecento). Anche l'incontro con la poesia di Takano ha presto assunto, per me, il carattere di un evento decisivo. Non vorrei forzare il tema del destino, ma certi incontri non si progettano: avvengono perché debbono avvenire: esplodono in noi, illuminando per sempre la nostra esistenza.


Ha conosciuto entrambi personalmente? Se sì, che ricordo ne conserva?

Ho frequentato Bertolucci per quasi trent'anni, dal febbraio 1972 (quando lo incontrai per la prima volta a Parma, nella casa di sua cognata Molly Giovanardi) all'aprile del 2000 (quando andai a visitarlo con mia moglie Daniela nella sua casa di Roma, e fu il nostro ultimo incontro: sarebbe morto due mesi dopo). Ho vissuto a lungo con lui: l’ho presentato nelle università, nei teatri e nei circoli culturali di mezza Italia: mi ha ospitato molte volte nelle sue case di Roma, di Casarola e di Tellaro: abbiamo parlato, passeggiato, cenato, viaggiato, perfino cantato insieme (io spesso accompagnandomi con la chitarra)... Bertolucci è stato per me un maestro, un amico, un secondo padre, e molto di più. Mi è impossibile esprimere in poche parole tutto ciò che ho imparato, che ho avuto da lui. Ma almeno questo mi sembra necessario dire: Bertolucci era arrivato a una sapienza naturale assai prossima a quella dei maestri taoisti. Solo avvicinandomi all'arte giapponese ho avvertito una finezza sensibile pari a quella che Bertolucci sapeva esercitare con la nonchalance dei gesti ordinari, delle parole gettate un po' a caso sul sentiero dei momenti. Questa finezza rischiarava lo sguardo sul mondo di chi gli stava accanto: tutto, vicino a lui, diventava più favoloso e più vero.
Per quanto riguarda Takano, che ho incontrato e presentato più volte in Italia e in Giappone, la sua grandezza di poeta mi colpisce tanto più fortemente in quanto si associa a una specie di dolorosa timidezza, a un bisogno, quasi, di passare inosservato, a una profonda umiltà. Ma in lui non c'è niente di serioso: sa anche scherzare, ama passeggiare per le città, le campagne e i boschi italiani, adora l'amicizia. I giorni che ho passato con lui a Roma, a Pescocostanzo e a Tokyo, risuonano dentro di me come un momento leggendario della mia vita.


Qual è la sua idea di traduzione?

Come lei forse sa, io ho praticato per qualche anno, da dilettante, l'arte della prestidigitazione: in coppia con mio fratello gemello Corrado (che adesso fa il medico) mi sono esibito come mago in diversi teatri italiani; anche Bertolucci ha assistito con piacere, più di una volta, alle nostre performance. Le dico questo perché credo che il compito del buon traduttore sia una sfida di tipo magico. (Sulle valenze magiche della letteratura ho anche scritto un piccolo libro, Per un ritratto dello scrittore da mago, prefato da Valerio Magrelli.). Il problema è: dato che la poesia è un'unità inscindibile d'anima e di corpo, come si può cercare di rubarle l'anima trasferendola in un altro corpo? Il buon traduttore crea un teatro illusionistico, in cui l'altro appare ancora lo stesso: nessuno tra i suoi spettatori pretende che egli sappia fare i miracoli: tutti sanno che usa dei trucchi. Ma nel buon traduttore i trucchi (cioè gli accorgimenti metrici, sintattici e retorici) sono un veicolo di verità: creano le condizioni perché il passaggio, almeno in parte, avvenga. Uscendo dalla metafora: ciò che importa è che, accettando lo spostamento da una lingua all'altra, con tutto quanto ne consegue, la traduzione sappia creare un analogon dell'originale. È ciò che abbiamo cercato di fare la signora Matsumoto e io lavorando in coppia, con grande affiatamento, sui testi di Takano: lei traducendoli letteralmente dal giapponese all'italiano; io rielaborando le sue traduzioni, cercando di dare ad esse (sempre nel rispetto della lettera) un ritmo, delle pause e un respiro: una musica in grado di riecheggiare in qualche modo quella severità e quella dolcezza, quel palpito esistenziale e religioso su cui si fonda la visione poetica di Takano. Tutto ciò abbiamo fatto, naturalmente, senza mai pretendere di giungere a un'equivalenza perfetta fra i testi originali e le versioni: il giapponese e l'italiano hanno strutture grammaticali e retoriche troppo diverse perché sia possibile un rapporto stretto fra l'una e l'altra lingua.


Altre predilezioni poetiche?

Un poeta che amo moltissimo, ma su cui ho scritto poco (mi piacerebbe, però, tornare a occuparmene), è Sandro Penna. In lui trovo delle qualità che lo avvicinano proprio ai maestri giapponesi dello haiku e del tanka: la limpidezza sognante e incantata della lingua; il sentimento mistico della bellezza racchiusa nella povertà (quello che i giapponesi chiamano wabi); la struggente "patina del tempo" (il sabi); il senso del mistero insondabile della vita (lo yûgen). Al convegno nazionale penniano di due anni fa ho proposto una rilettura del poeta in questa chiave, forse sconcertando un po' qualcuno. Fra i poeti italiani dal Novecento a oggi amo molto alcuni che ritengo grandi, benché outsider, benché troppo spesso ignorati o sottovalutati: penso in particolare a Fernanda Romagnoli, a Paolo Bertolani, a Elio Fiore e a Pier Luigi Bacchini. Su tutti loro (e su altri) ho cercato di richiamare l'attenzione con un'antologia "alternativa" che ho curato insieme a Stefano Lecchini qualche anno fa. Amo molto anche Franco Loi, Raffaello Baldini e Umberto Piersanti: le due raccolte più recenti di Piersanti ("I luoghi persi" e "Nel tempo che precede", entrambe pubblicate da Einaudi) sono fra i testi più intensi usciti in Italia negli ultimi vent’anni. E poi ci sono alcuni giovani più che interessanti: vorrei ricordare almeno Rosalia Zabelli, secondo me la più originale autrice operante oggi in Italia di poesie ispirate allo haiku, e Tiziana Fumagalli, che ha scritto, fra l'altro, un singolare poemetto su alcune antiche figure di astronomi arabi. Ma non amo, ovviamente, solo i poeti italiani. Mi dovrei soffermare a lungo sui classici giapponesi (tra essi sono un po' follemente innamorato di Bashô, Ryôkan e Issa) e sui poeti inglesi (anzitutto Wordsworth e Hardy, che proprio Bertolucci mi ha insegnato ad amare). Fra gli europei dell'est adoro l'ungherese Attila József e la polacca Wislawa Szymborska: il primo per il suo radicamento in un destino di assoluta tragicità (un destino che si può paragonare solo a quello di Marina Cvetaeva), e per la sua forza di trarne una parola bruciante, arsa di vento e di polvere, tutta carne e anima; la seconda per la sua sapienza ironica e profonda, per la qualità filosofica ma insieme lirica e musicale delle sue poesie (delle bellissime, insuperabili riflessioni sulle aporìe della storia: dei veri e propri saggi in versi, ma senza la durezza dell'altro grande "saggista" della poesia novecentesca, Auden).


“Poesia è la voce, il testo la sua eco”: è d’accordo con quest’affermazione di Carmelo Bene?

Non conosco l'occasione in cui Carmelo Bene ha detto queste parole, ma credo di poterle capire. Bene (con cui ho parlato, una volta, in camerino dopo un suo spettacolo al Regio di Parma) era tra i pochissimi attori in grado di fare della voce uno strumento musicale, un medium vibrante e flessibile, una cavità di profonde risonanze interpretative. Attraverso i suoi timbri vocali (così particolari) la poesia circolava davvero. Questo suo puntare sulla voce non poteva non nascere da una consapevolezza autentica del valore primario dell'oralità nella genesi della poesia. In Italia, a partire da Castelporziano, è scoppiata, con grande ritardo rispetto alla beat-generation, la moda dei reading poetici: ma quanti, tra i nostri attori e i nostri stessi poeti, sapevano e sanno recitare o leggere la poesia? Quando sentiamo qualcuno che sa far viaggiare la poesia in forma orale, non possiamo che essergliene grati: attraverso il gesto vivo dell'oralità la poesia ritrova la sua origine: il suo respiro, il suo sangue, la sua linfa, il suo batticuore: tutto ciò che l’ha animata per tempi incalcolabili prima dell'avvento della scrittura, e che continua ad animare anche molti poeti moderni e contemporanei (da Bertolucci a Dylan Thomas) la cui lingua è irriducibile a un puro fatto mentale. Questi poeti, come ha detto benissimo Zumthor, vivono nello spazio della scrittura come in esilio, e attendono sempre qualcuno (un Bene, un Cucciolla, un Benigni) in grado di liberarli, di restituire le loro parole al respiro del mondo, agli spazi ariosi e concreti dell'ascolto diretto.


Le piacciono le poesie di Dino Campana?

Non sono tra coloro (come Saba, come lo stesso Bertolucci) che ritenevano Campana "solo matto". Mi sembra che alcuni suoi testi siano splendidi, ricchi di un'autentica forza ipnotica e incantatoria. Ma non è tra gli autori che ho più portato dentro di me, che ho più riletto. Vorrei, comunque, raccontarle un piccolo episodio che trovo curioso, anche se non c'entra molto con la sua domanda. Durante il mio tirocinio universitario a Bologna, sostenni un esame di storia dell'arte col mitico Francesco Arcangeli (erano gli anni in cui Arcangeli stava disegnando il suo tragitto critico dal Romanticismo all'Informale). Siccome, in realtà, la sessione d'esame era finita il giorno prima, quella mattina tutta la commissione (Arcangeli con colleghi e assistenti vari ) si riunì solo per me. Fu un esame molto sui generis: durò quasi tre ore, ma dopo mezz'ora non era più un esame: era una chiacchierata molto libera sui temi più diversi, dalla letteratura alla musica, dalla filosofia alla religione al cinema. Arcangeli, alla fine, mi propose di fare la tesi con lui (mi sarei laureato, invece, con Luciano Anceschi), e mi disse: "lei assomiglia un po’ a Dino Campana". Devo interpretare questa frase come un complimento, o come qualcos'altro? Arcangeli aveva forse intuito in me un pizzico di follia?


E quelle di Cristina Campo?

Tutto ciò che ha scritto Cristina Campo è prezioso e affascinante, ma non mi sembra che i suoi versi raggiungano la stessa forza, lo stesso straordinario carisma di quelle "piccole gemme toscano-orientali", come le ha definite Citati, che sono le sue prose. Nelle prose la Campo "ragiona a rovescio, capovolge le maschere, discerne nella trama il filo segreto, nella melodia l’inspiegabile gioco d’echi", per usare le sue stesse parole (cito dal saggio sulla fiaba). Sebbene nutrite da un implacabile desiderio di perfezione formale, le prose irradiano il pensiero verso ciò che lo trascende: il pensiero è la fiamma capace di bruciare le proprie scorie per farsi gemma mistica, soglia d'accesso all'impensabile. Invece le poesie mi sembrano non immuni dalle tentazioni di una maniera, come se in esse il passo formale e rituale (il lato "bizantino" dell'anima della Campo) pretendesse di ipotecare preventivamente la salvezza (parlo di salvezza poetica, di salvezza dall'estetismo). Non è forse vero che ogni vero poeta può salvarsi nella poesia solo salvandosi, in un certo senso, dalla poesia? Questo non avviene sempre nei componimenti della Campo, forse perché in essi gioca, a tratti, un'idea aprioristica del poetico. Nonostante ciò, anche in questi testi ci sono dei versi sfolgoranti (uno, a memoria: "poiché tutti viviamo di stelle spente") e dei passi struggenti. Ma nell'ambito poetico gli esiti più alti raggiunti dalla Campo sono senz'altro le traduzioni (soprattutto quelle di John Donne).


Lei stesso, ha mai scritto versi?

Ahimè, sì: devo confessare che anch'io non sfuggo al cliché dell'italiano facitore di versi. Alcuni dei miei versi, forse meno peggiori di altri, li feci anche leggere, anni fa, a Bertolucci, e lui mi offrì di pubblicarmeli in rivista. Ma io ho sempre preferito tenerli nel cassetto, convinto che, in realtà, non valgono niente. Molti critici d’oggi cedono volentieri alla tentazione di scrivere romanzi o poesie: io ho preferito, finora, restare nel mio ambito. Solo una volta ne sono uscito scrivendo e pubblicando un piccolo libro di fiabe dedicato a mia figlia Viviana.


Quando si chiedeva ad Ungaretti a cosa servisse la poesia, rispondeva perentoriamente: “A niente!” Lei cosa risponderebbe?

Condivido assolutamente l'opinione di Ungaretti, anzi, personalmente, ne amplierei la portata. Lo zen, infatti, mi insegna che non c'è niente che "serva": le cose, semplicemente, "esistono": l'universo è mushotoku, "senza scopo". Liberarsi dall'idea dello scopo, del fine, dell'obiettivo è il passo necessario per chiunque aspiri a liberarsi dall'ansia e da tutte le forme (consce e inconsce) della volontà di potenza. Noi occidentali abbiamo nel DNA la volontà di emulare Dio nel plasmare il mondo a nostra immagine e somiglianza: è questo il nostro peccato fondamentale: su questo peccato è fondata tutta la civiltà tecnologica. Nemmeno la poesia sfugge alla nostra volontà di possesso e di dominio: troppe volte, seppure inconsciamente, chiediamo alla poesia di essere "utile", cioè di illuminarci, di migliorarci, di renderci più aperti, più tolleranti e intelligenti. La poesia, invece, non dà risposte: un maestro come Ungaretti ci invita a riconoscere l'irriducibilità di ogni autentica poesia alle nostre domande. Il miracolo, poi, è questo: che se alla poesia non chiediamo niente, essa ci dà tutto. Attraversare la poesia ci "migliora" davvero, ma questo processo non può avvenire che spontaneamente e liberamente, fuori da qualsiasi richiesta che parta dal nostro io.


Qual è il titolo di una poesia che più le sta a cuore?

Mi è molto cara una poesia di Bertolucci che è, però, senza titolo. Mi permetta di citarla integralmente:

Come lucciola allor ch’estate volge
all'ardore di luglio, stanca posa
sull'erba che la vide errare quando
più temperate sere il celo invia,
dov'è caduta luce tramortita
e fioca, e così sola nella notte,
così l'anima giace poi che il curvo
giro degli anni a suo fine declina.
Una stellata notte allor consoli
nostra tremante quiete, quale questa
che s’apre dolce e silente
su te, lucciola morente.

È una poesia mai ripresa da Bertolucci in una sua raccolta, ma presente nel fondo bertolucciano da me allestito, in collaborazione con Valentina Bocchi, presso l'Archivio di Stato di Parma. È un testo davvero singolare, direi misterioso: non datato ma composto, credo, negli anni Trenta (forse mentre il poeta stava aiutando la sua allora fidanzata Ninetta a comporre la tesi su Catullo), anticipa di oltre mezzo secolo quell'immagine delle "lucciole sfinite", di cui le "foglie amare" di un "giugno ventoso" sono "imbrattate", che conclude la Canzone triste in tre parti della Lucertola di Casarola, la poesia di commiato di Bertolucci al mondo. Per il suo tema e il suo timbro, doloroso e tremante ma insieme cristallino, di alta, classica musicalità, ho letto Come lucciola in pubblico durante la parte "civile" del funerale di Bertolucci a Parma. Fu un momento, per me e credo per molti, di commozione indimenticabile.


"La poesia registra certe situazioni esistenziali, ma è chiaro che essa, soprattutto nei grandi, ha sempre difeso l’idea della continuità del vivente: un vivente diverso che continua, procedendo verso un’incognita, per cui la stessa poesia non ha mai creduto di poterlo congelare in una formula”: sono parole di Mario Luzi. Lei cosa ne pensa?

Anche quando sembra delineare delle teorie estetiche o filosofiche o proporre delle riflessioni generali, ogni vero poeta parla dall'angolo visuale della sua poetica: questa frase è anzitutto un viatico per la poesia stessa di Luzi, per la sua esplorazione a tutto campo di quella che Lovejoy ha chiamato "la grande catena dell'Essere". Ma questa frase aiuta a capire anche poeti molto lontani da Luzi, come Bertolucci. Se è vero che le situazioni esistenziali, cioè i vissuti famigliari e i sentimenti privati sono il fulcro della poesia bertolucciana, come non vedere in essa, nel suo amore per la vita in tutte le forme, una fede appassionata (se pure assediata dai dubbi) nella "continuità del vivente"? Soprattutto La camera da letto non si limita a mettere a fuoco la fragile, lirica bellezza delle esistenze individuali, ma dispiega epicamente tutti i colori e le ombre del tempo umano, e insieme tutti i volti della natura: la luce dei cieli, l'incanto del verde, la densità rugosa e seminale della terra, il palpito granuloso delle stelle. In questo modo Bertolucci, come molti altri grandi poeti, conferma l'intuizione di Luzi: che la vita resiste attraverso e oltre l’arsione dei nostri destini personali. Quale sia, poi, "l'ultimo orizzonte" della vita, nessun poeta può pretendere di saperlo: tutti i poeti sono, da questo punto di vista, come Leopardi di fronte alla siepe. Forse qualcuno potrebbe limitarsi a dire che la vita non ha scopo o approdo, ripetendo quanto hanno detto i maestri zen. Ma nei poeti questa impossibilità di definire l'esistenza diventa una grande apertura: la sola via per cui può scorrere, libero da ogni irrigidimento ideologico, il flusso della creazione.


Tra i romanzieri, quali sono i suoi “classici”?

I miei prediletti sono quelli che hanno saputo fare della narrazione un'arte ariosa, una via della leggerezza: i fratelli ideali di Mozart nell'ambito della scrittura. Penso anzitutto a Cervantes e a Stevenson: di quest'ultimo amo tutto, anche i racconti minori e minimi, anche i frammenti e le pagine autobiografiche. Ma sommamente leggero, benché, insieme, corposo e vinoso, è Dickens: un altro grandissimo maestro che mi ha donato – vorrei ripetere le parole di Borges per Stevenson – dei momenti di vera felicità. Tra i narratori del Novecento adoro Robert Walser, il più fantasticamente leggero di tutti. In Walser c'è qualcosa di così luminoso, un dono di visione così nutritivo e appagante che non ha confronti: rileggerlo è per me sempre un'esperienza entusiasmante e pacificante. Nessuno come Walser ha saputo farci intuire l'estasi, l'immensa bellezza e freschezza che si annida nella quotidianità: in Walser c'è davvero qualcosa di molto prossimo a un sentimento zen della vita (penso a un famoso haiku di Issa: "Io non ho nulla, eppure / quanta pace in cuore –/ e che fresco"). Poco importa che questa felicità nasca da una forma di quieta follia: nessuna follia si è mai spinta, credo, più a fondo nel sondare la gratuità onnipervasiva della bellezza.
A questo punto dovrei rovesciare la prospettiva. Proprio come sento congeniali i maestri della leggerezza, amo Joseph Conrad, il cui universo è più che tragico: nelle sue storie non abitano, forse, le Furie? Eppure, al fondo della terribile visione che Conrad ha della realtà (regno della tenebra, della colpa e dell'orrore), ciò che riconosciamo è un’insopprimibile sete di bellezza ideale, di giustizia: qualcosa che fa di questo scrittore il più umano tra i maestri moderni. I suoi reietti sono le figure più alte e più vere della nostra coscienza lacerata tra la disperazione e la speranza, tra l’innocenza e il peccato, e i suoi mari la scena più vasta e palpitante del nostro bisogno di nutrimenti ideali capaci di placare la nostra angoscia, di alleggerire i nostri cuori soffocati. Tutto questo ho cercato di illustrare nel mio ultimo libro Vertigo - L’ansia moderna del tempo (in cui parlo anche di Malamud, un altro grande dell’inquietudine, intriso di angoscia ebraica).
Un discorso a parte devo fare per i maestri del romanzo e del racconto giallo, che amo per la loro capacità di evocare temi "conradiani" (l'ombra del male, dell'odio e della follia, la vita come agguato mortale) con tocchi istrioneschi e liberatori (il giallo, come tutti sanno, è un genere esorcistico – il che non significa, di necessità, banale). Tra questi maestri, i miei preferiti sono Agatha Christie e Raymond Chandler. La prima scrive in un inglese "da conversazione" bellissimo, e conosce in modo magistrale l'arte di ricreare gli ambienti sociali: nella sua opera non mi sembra esagerato riconoscere la lezione di un'altra (pure da me amatissima) maestra di leggerezza: la suprema Jane Austen. Chandler, invece, è grande per la sua capacità di restituirci la modernità americana come mito epico: niente più delle sue scene di gangster, delle sue sparatorie e scazzottature trasuda il bisogno moderno di grandi favole, mentre il suo Marlowe ha in sé un lato tenero e cavalleresco che lo avvicina all'archetipo di tutti i più impossibili cavalieri dell'ideale: Don Chisciotte.


Su che cosa si stanno concentrando attualmente i suoi studi?

Sto, fra l'altro, curando un "Meridiano" Mondadori che raccoglie le opere scelte di Pietro Citati, e la cui uscita è prevista nel settembre 2005. Citati è, secondo me, uno dei critici-scrittori contemporanei più originali e di più ampio respiro. Abitare la sua opera è un po' come muoversi su una macchina del tempo, che in pochissimi istanti ti può portare in qualsiasi punto dell'universo della creazione. Nessun altro critico moderno ci schiude tante porte, ci invita a tanti viaggi. Questa mobilità è un inno continuo alla scrittura come vitalità, come gioia dell'invenzione, come esplorazione di tutti i possibili: nutrirsi di Citati vuol dire ammorbidire la mente, affrancarsi da tutte le categorie, vivificare l'immaginazione. Nessuno è più in errore (o in malafede) di chi pretende che Citati sia uno scrittore puramente platonico, asserragliato in una borgesiana torre di Babele remota dall'esistenza. In realtà l'opera di Citati coniuga tra loro le corde più diverse: la metafisica, l'ironia e persino un’amabile frivolezza (basti pensare a molte pagine dell’Armonia del mondo), il piacere romanzesco e il gusto aforistico (non poche tra le sue definizioni critiche sono formidabili "battute" degne di Wilde o di Cioran), l'ardente passione mistica e il fraseggio delicato delle fiabe, lo scavo negli scenari cruciali della storia e le invenzioni impalpabili della rêverie, lo sguardo profondo e pungente del ritrattista e la mano morbida del disegnatore a pastello. Malgrado la quantità molto ampia dei suoi lettori (i suoi libri sono stati tradotti in mezzo mondo, dall'Europa agli Stati Uniti, dall'America latina a Israele), Citati non è stato ancora capito e apprezzato come merita in Italia. Mi auguro che il "Meridiano" possa contribuire a liberare la sua opera da alcuni luoghi comuni che circolano attorno ad essa; ma non posso non ricordare che scrittori e critici quali Attilio Bertolucci, Manganelli, Calvino, Testori, Praz, Fruttero e Lucentiini, Ceronetti e Pampaloni, fino ai più giovani, da Conte a Del Giudice, da Doninelli alla Copioli a Trevi (senza dimenticare stranieri quali John Banville, Ian Mc Ewan, Hector Bianciotti, Marc Fumaroli e Bernard Simeone) hanno, da molti anni a questa parte, testimoniato "a favore" di Citati in pagine spesso assai intense, ricche e convinte. Forse capire o meno Citati è un test: forse solo chi stia davvero, in modo non ideologico, dalla parte della letteratura, forse solo chi sappia riconoscere nella letteratura un nutrimento vitale, un piacere incomparabile e un’odissea della conoscenza, può entrare in risonanza coi suoi scritti.

Di Doriano Fasoli
Marzo 2004